Ulassai, Gennaio 2025. "Non è solo un volo. È una discesa nell’anima della montagna."
Dalle nuvole che abbracciavano Monte Tisiddu, ho lasciato andare il drone. Una caduta lenta, quasi rituale, tra nebbia e silenzi. Il Tacco di Ulassai si svelava a tratti, come una creatura antica immersa nel respiro dell’inverno.
Poi, all’improvviso, Ulassai: il paese, sospeso tra roccia e cielo, appariva come un miraggio di pietra e memoria.
E subito sotto, la parete di Su Marmuri. Dalle sue vene verticali esplodeva la cascata: un getto fluido e maestoso, che spaccava il silenzio e colava giù, portando con sé il battito delle rocce. Il volo cambiava ritmo.
Un respiro profondo, e poi ancora giù, verso Lequarci. Dal basso ho risalito l’acqua, come se il drone cercasse la sorgente di quel canto liquido. Poi raggiunta la vetta un sobbalzo, una virata netta, e giù in picchiata, dentro il cuore della cascata. Lì, tra schizzi e vapori, ogni goccia sembrava un frammento di tempo. Il volo proseguiva verso il basso e nel petto tuonava il battito cardiaco per l'adrenalina che un simile volo sviluppa. Il drone correva giu tra i rami come un treno senza freno, accarezzava le pietre, seguiva il salto dell’acqua lungo la parete. Poi il ponte. Un passaggio rasente, quasi un sussurro tra i rami nudi d’inverno.
